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Contenuti
1 - STORIA - a) Movimenti e strategie
Ai nostri giorni, una sottile battaglia mediatica sembra puntare sulla normalizzazione del comportamento omosessuale. A tal fine vengono proposti studi, percentuali, rapporti che destano non poche perplessità. Allo stesso tempo si cerca di comunicare un'immagine sostanzialmente innocua e positiva del mondo omosessuale, evitando di toccare i diversi aspetti che riguardano questo fenomeno complesso e variegato.
Il rapporto Kinsey
Gli attivisti gay sostengono frequentemente che gli omosessuali rappresenterebbero il 10% della popolazione: ciò significa che quando ci troviamo con altre nove persone in una stanza, una di loro sarebbe omosessuale. Questa percentuale (non confermata da altre ricerche) deriva dalle ricerche dell’entomologo Alfred C. Kinsey, pubblicate nel 1948 nel libro La sessualità maschile, conosciuto anche come “Il rapporto Kinsey”. In questa pubblicazione, il dott. Kinsey sostiene che il 10% della popolazione maschile sarebbe prevalentemente o esclusivamente omosessuale. Il motivo per cui questo dato non è stato confermato è molto semplice: Kinsey ha manipolato il campione di individui intervistato per ottenere quei dati. I soggetti maschi intervistati nella sua ricerca erano, infatti, per il 25% detenuti per crimini sessuali; l’unica scuola superiore presa in considerazione per la ricerca fu un istituto particolare, nel quale circa il 50% degli studenti aveva avuto contatti omosessuali; tra i soggetti erano presenti anche un numero sproporzionato di “prostituti” maschi (almeno 200). Per “omosessuali” vennero intesi anche soggetti che avevano avuto pensieri o contatti casuali, nella stessa prima adolescenza. Infine, nel calcolare la percentuale di omosessuali, Kinsey fece sparire circa 1.000 soggetti. Perché Kinsey operò queste manipolazioni? Un collaboratore di Kinsey ha affermato che il professore aveva un “grande piano”: fornire basi scientifiche per una “nuova moralità” e per “educare il mondo” in base a questi nuovi principi.
Assunti e conclusioni
Le ricerche di Kinsey si basano esplicitamente su tre assunti: · Il sesso è un "meccanismo relativamente semplice che provvede alla reazione erotica quando gli stimoli fisici e psichici sono sufficienti". · L’orientamento sessuale è un continuum che va dall’esclusiva eterosessualità all’esclusiva omosessualità e il cui centro, la bisessualità, rappresenta la normalità. · È normale per ogni persona sperimentare ogni tipo di contatto sessuale (omosessuale, pedofilo, zoofilo…). Nelle conclusioni del suo rapporto leggiamo una pericolosa affermazione: "i dati scientifici che si stanno accumulando fanno apparire che se le circostanze fossero state favorevoli la maggior parte degli individui si sarebbero orientati in una direzione qualsiasi, anche verso attività che adesso sembrano a loro assolutamente inaccettabili. Vi sono poche prove dell’esistenza di una perversione congenita anche tra quegli individui le cui attività sono meno accette dalla società".
La storia del movimento Gay
Una differenza fondamentale fra l’omosessuale e il gay, fra chi è portatore di un disagio e chi invece ne fa una “bandiera” da rivendicare, consiste nel cosiddetto outing o coming-out (cfr. lettera O), nell’<> per essere riconosciuti come tali di fronte alla società. Questo aspetto è uno dei maggiori elementi di attrito fra la piccola minoranza gay e la maggioranza omosessuale, spesso sorda alla “militanza” che le viene richiesta. Nella storia del movimento gay c’è un inizio, una data che segna il primo coming-out, quando il movimento venne allo scoperto non soltanto attraverso i suoi esponenti, ma come realtà organizzata e appunto militante. Questa data, che fra l’altro corrisponde alla ricorrenza in cui ogni anno viene celebrata la giornata dell’<>, è il 28 giugno. Nella notte di sabato 28 giugno 1969, a New York, in un bar notoriamente frequentato da gay, lo Stonewall Inn, otto poliziotti si presentano con un mandato di perquisizione perché - così è scritto nel mandato - nel bar verrebbero serviti alcolici senza licenza (fatto ritenuto dai gay come un pretesto provocatorio). I frequentatori reagiscono con la forza e ne deriva una lunga colluttazione.
Il F.U.O.R.I.
Nella casa milanese della scrittrice Fernanda Pivano, nel maggio 1971, per la prima volta si affronta il tema della nascita di un movimento gay italiano, che verrà costituito formalmente con la pubblicazione ad Amsterdam, il 20 novembre dello stesso anno, di un "manifesto per la rivoluzione morale: l’omosessualità rivoluzionaria". Poco dopo, datato dicembre 1971, uscirà il numero zero della rivista Fuori, giornale del Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano. Il movimento gay avrà in Mario Mieli (1953-1983) l’intellettuale e militante di riferimento nonostante la breve parabola della sua vita. Morirà infatti suicida giovanissimo dopo aver collegato il movimento gay alla lotta di liberazione politica di ispirazione marxista. In particolare, la sua azione mirava al crollo del "sistema fallocentrico" attraverso "il crollo del sistema capitalistico che si regge sulla struttura maschilista-eterosessuale della società", in un’ottica profondamente sovversiva ("lotta dura contro natura"), che auspicava diverse e successive fasi di passaggio nella liberazione auspicata, come il sadismo, il masochismo, la pedofilia e altre cose del genere, come riporta lo storico e militante gay Gianni Rossi Barilli. Dopo la sua morte, la guida del movimento sarà presa dall’Arcigay, guidata da Franco Grillini, che progressivamente orienterà gli obiettivi della rivoluzione gay verso mete concrete e giuridicamente rilevanti, grazie a una diversa e più prudente modalità di comunicazione, alla partecipazione di uomini gay alle competizioni elettorali e alla visibilità data al problema omosessuale in seguito al diffondersi della tragedia dell’AIDS.
Il secondo Ottantanove
Nel 1989, con la caduta del Muro di Berlino e dell'ideologia comunista, svaniva anche la possibilità di accompagnare una rivoluzione gay a un rivolgimento politico. Nello stesso anno, però, negli Stati Uniti usciva un libro che avrebbe in qualche modo significato una svolta nell’ambito del tentativo gay di accreditarsi presso l’opinione pubblica come una realtà di persone innocue, che non minacciano l’ordine sociale e che desiderano soltanto essere accolte come una delle componenti della società. Il libro, dal titolo After the ball, auspica il superamento dell’immagine troppo trasgressiva e poco rassicurante che i gay hanno dato di se stessi negli anni Ottanta e Novanta del Novecento ed è un invito a cambiare direzione. Così, "si elabora nelle comunità gay di tutto l’Occidente" - scrive Barilli - "il tipo dell’omosessuale “praticamente normale”" che chiede il riconoscimento delle unioni civili fra omosessuali come obiettivo primario, in grado di dare un’importante legittimazione al movimento gay. L’8 febbraio 1994 il Parlamento europeo vota a maggioranza una delibera che invita i singoli Stati a cancellare ogni forma di discriminazione per gay e lesbiche. Ormai in molti Paesi europei l’unione omosessuale viene equiparata al matrimonio e alla famiglia, in alcuni casi anche con il diritto di adottare bambini. In Italia il movimento gay non cresce come altrove, anzi conosce negli anni '90 nuove scissioni, ma aumenta la visibilità del fenomeno omosessuale grazie soprattutto a una particolare presenza sui mezzi di comunicazione, che tendono ad accreditare il fenomeno come normale e rassicurante. La società italiana si sfascia meno delle altre europee perché resiste di più l’unità e la centralità della famiglia, ma il disagio e le ferite relazionali con cui si manifesta l’omosessualità esistono anche qui. E qualcuno sta pensando di farsene carico, offrendo rimedi.
La strategia Gay
Verso la fine degli anni ’80 la rivoluzione omosessualista, che si ispirava alla lotta di classe di impronta marxista, conobbe un momento di crisi: gli atti omosessuali provocatori in luogo pubblico, la bizzarria dei travestimenti, il sadomasochismo esibiti in parate “dell’orgoglio gay” e la vicinanza con associazioni pedofile (NAMBLA), anziché migliorare l’accettazione sociale dell’omosessualità, avevano accresciuto nella società diffidenza e antipatia nei confronti dell’omosessualità e del movimento gay. Nel 1989 (cfr. lettera G) due intellettuali gay, Marshall Kirk (ricercatore in neuropsichiatria) e Hunter Madsen (esperto di tattiche di persuasione pubblica e social marketing) furono incaricati di redigere un Manifesto gay per gli anni '90: il risultato è il libro After the ball, un vero e proprio manuale di strategia per combattere il “bigottismo antigay”. Perché gli anni '90 avrebbero potuto fornire l’occasione per cambiare le cose? Gli autori lo ammettono tanto candidamente quanto cinicamente: l’esplosione dell’AIDS dava ai gay la possibilità di affermarsi come una minoranza vittimizzata, meritevole di attenzione e protezione.
Tre tattiche chiave
Gli autori propongono tre tattiche, che si possono riassumere in questo modo. · Come tutti i meccanismi di difesa psico-fisiologici, spiegano gli autori, anche il pregiudizio antigay può diminuire con l’esposizione prolungata all’oggetto percepito come minaccioso. Bisogna quindi “inondare” la società di messaggi omosessuali per “desensibilizzare” la società nei confronti della minaccia omosessuale. · È necessario presentare messaggi che creino una dissonanza interna nei “bigotti antigay”. Ad esempio, a soggetti che rifiutano l’omosessualità per motivi religiosi, occorre mostrare come l’odio e la discriminazione non siano “cristiani”. Allo stesso modo, vanno enfatizzate le terribili sofferenze provocate agli omosessuali dalla crudeltà omofobica. · L’obiettivo finale è quello di “convertire”, ossia suscitare sentimenti uguali e contrari rispetto a quelli del “bigottismo antigay”. Bisogna infondere nella popolazione dei sentimenti positivi nei confronti degli omosessuali e negativi nei confronti dei “bigotti antigay”, paragonandoli, ad esempio, ai nazisti, o istillando il dubbio che il loro atteggiamento sia la conseguenza di paure irrazionali e insane (la cosiddetta “omofobia”).
Dalla tattica ai consigli pratici
Kirk e Madsen declinano queste tre tattiche in una serie di strategie e principi pratici. Ad esempio, essi individuano tre gruppi di persone, distinti in base al loro atteggiamento nei confronti del movimento gay: gli “intransigenti”, stimati in circa il 30-35% della popolazione; gli “amici” (25- 30%) e gli “scettici ambivalenti” (35-45%). Questi ultimi rappresentano il target designato: a loro bisogna dedicare gli sforzi applicando le tecniche di desensibilizzazione (con quelli meno favorevoli) e di dissonanza e conversione (con i più favorevoli). Le altre due categorie, gli intransigenti e gli amici, vanno rispettivamente “silenziati” e “mobilitati”, con ogni mezzo. Un’altra indicazione che gli autori suggeriscono è quella di "intorbidare le acque della religione", cioè dare spazio ai teologi del dissenso perché forniscano argomenti religiosi alla campagna contro il “bigottismo antigay”. Sarà inoltre opportuno non chiedere appoggio "per l’omosessualità", ma "contro la discriminazione". Per stimolare la compassione, i gay devono essere presentati come vittime: a) delle circostanze; per questo motivo, dicono gli autori, "sebbene l’orientamento sessuale sia il prodotto di complesse interazioni tra predisposizioni innate e fattori ambientali nel corso dell’infanzia e della prima adolescenza", l’omosessualità deve essere presentata come innata; b) del pregiudizio, che deve essere presentato come la causa di ogni loro sofferenza. I gay devono, inoltre, essere presentati come membri a tutti gli effetti della società, addirittura come “pilastri” della stessa. Basta individuare una serie di personaggi storici famosi, noti per il loro contributo all’umanità, come gay: chi mai potrebbe discriminare Leonardo da Vinci? Gli autori diedero indicazioni precise anche alle associazioni omosessuali e lesbiche in conflitto tra loro: è bene che ci sia una sola associazione portavoce del mondo omosessuale, e che sia gay; ovviamente gli omosessuali-non-gay sono, in questo modo, condannati all’invisibilità. Un’altra strategia per rendere “normale” l’omosessualità agli occhi delle persone, consiste nel richiedere unioni, matrimoni e adozioni gay; non tanto perché i gay non vedano l’ora di sposarsi e metter su famiglia, quanto piuttosto perché, agli occhi dell’opinione pubblica, se anche i gay desiderano formare una famiglia e avere dei bambini appaiono rassicuranti, tradizionali. Inoltre, chi potrebbe, in questo modo, accusare il movimento gay di voler sradicare l’istituto matrimoniale e familiare? Il saggio di Kirk e Madsen si conclude con queste parole: "Come vedi, la baldoria è finita. Domani inizia la vera rivoluzione gay".
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