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Contenuti
2 - SCIENZA - b) Psicologia
HOMOPHOBIA
Significato del termine
Se una persona non condivide l’ideologia gay rischia di essere additata come “omofoba”. Il termine “fobia” indica una paura intensa, esagerata, per situazioni, oggetti o azioni che il soggetto prova nonostante spesso non ne capisca la ragione. Il fobico, posto a contatto con lo stimolo specifico temuto, presenta in genere vere e proprie crisi d’ansia più o meno intense e paralizzanti. Esempi di fobia sono per esempio la claustrofobia (paura per gli spazi chiusi o senza finestre) o l’aracnofobia (paura dei ragni). Appare decisamente fuori luogo - è evidente - etichettare chi non condivide l’ideologia gay come “omofobo”. Gli stessi manuali diagnostici non elencano tra le fobie la presunta “omofobia”; e recenti ricerche (Olatunji e altri, 2004) escludono che essa possa essere definita tale. Ciò che viene chiamato “omofobia”, infatti, non è una malattia, ma un atteggiamento di non condivisione nei confronti dell’ideologia gay e di non approvazione nei confronti dell’omosessualità (che non significa odio o disprezzo nei confronti delle persone con tendenze omosessuali).
Una tattica intimidatoria
Perché la scelta del termine “omo-fobia”? Si tratta di un tentativo intimidatorio, del tipo: "Se vuoi essere considerato una persona ragionevole - e non un malato, un fobico - devi condividere gli obiettivi del movimento gay". L’intimidazione, tuttavia, si sta trasformando sempre più in una minaccia: il movimento gay preme perché vengano approvate al più presto (e in alcuni paesi sono già state approvate) leggi che puniscono gli atteggiamenti definiti “omofobi”. L'omofobia, non accontentandosi di essere una inesistente malattia, diventa in tal modo un “crimine”, mentre gli “omofobi” (chi, cioè, non condivide il matrimonio gay, le adozioni gay, i rapporti omosessuali, eccetera) devono aspettarsi la pubblica riprovazione e, se insistono nel ribadire la loro posizione, una citazione in giudizio. L’utilizzo del concetto da parte degli attivisti gay non si ferma qui. È noto che le persone con tendenze omosessuali sono più frequentemente soggette a depressione, disturbo d’ansia generalizzato, disturbi del comportamento, dipendenza dalla nicotina, abuso o dipendenza da altre sostanze rispetto agli eterosessuali; inoltre hanno più frequentemente episodi suicidari. Secondo gli attivisti gay questa sofferenza non sarebbe causata dai problemi emotivi che hanno come esito la tendenza omosessuale, ma… dalla “società omofoba”, ossia costruita sul modello eterosessuale.
L'omofobia sociale interiorizzata
L’ostacolo principale all’argomento “gay è bello” è costituito dagli omosessuali-non-gay (la stragrande maggioranza), cioè da coloro che non vogliono rassegnarsi a queste tendenze indesiderate e percepite come innaturali. A loro gli attivisti gay spiegano che, se considerano innaturale la loro omosessualità, non è perché questa sia realmente in contrasto con la loro vera natura. Semplicemente, avrebbero “interiorizzato” l'omofobia sociale. Secondo questa spiegazione, vivendo in una “società omofoba”, avrebbero fatto propria l’avversione sociale nei confronti dell’omosessualità. Esistono ricerche che dimostrano come le persone con tendenze omosessuali mostrino lo stesso livello di sofferenza anche abitando in stati o città in cui il clima sociale nei confronti dell’omosessualità è decisamente favorevole (Sandfort e altri, 2001); altre ricerche invece dimostrano che la maggior parte dei tentativi di suicidio perpetrati da persone con tendenze omosessuali non ha nulla a che fare con la presunta “omofobia sociale” (Remafredi e altri, 1991). Questo dimostra che la sofferenza delle persone con tendenze omosessuali non è causata esclusivamente dalla “società omofobica”, ma soprattutto dall’omosessualità, e dalle cause che hanno portato a questa tendenza. Se non si possono negare deprecabili episodi di aggressioni nei confronti di persone con tendenze omosessuali, va, tuttavia, tenuto presente che esse tendono a percepire il mondo esterno come ostile e aggressivo (King e altri, 2003). Secondo alcuni autori, questo atteggiamento sarebbe la conseguenza del vittimismo e dell’autocommiserazione insiti nella personalità ferita di chi sperimenta la pulsione omosessuale.
IL DSM IV
Che cosa è il DSM?
La prima versione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, chiamato comunemente DSM, è stata redatta dalla più importante associazione psichiatrica americana (APA) nel 1952. A quel tempo il DSM teneva conto delle conquiste della psichiatria dinamica e della psicanalisi che riconduceva il disagio psichico e mentale a conflitti e ferite relative alla vita psichica del soggetto, al suo ruolo nella famiglia e al suo rapporto con l’ambiente sociale. Nel corso dei decenni vi sono state ulteriori revisioni e aggiornamenti del DSM (oggi siamo arrivati al DSM IV-TR) che si sono caratterizzati nel catalogare il disagio psichico e mentale nei termini di un “disturbo” o di un “disordine” e, in generale, nell’indebolire l’idea stessa di malattia cambiando la sua denominazione. Sullo sfondo si trattava anche di aggiornare il DSM in base all’evoluzione del sistema sanitario, per esempio cercando di aggirare lo spinoso problema delle cause legali contro i medici, delle diagnosi sbagliate, dei rimborsi delle assicurazioni, elementi che contraddistinguono il sistema sanitario americano in cui è ben presente la potente influenza delle multinazionali farmaceutiche. In sintesi, il DSM IV propone una nomenclatura ragionata di numerosissimi disturbi psichici definiti in tutte le loro varianti e classificati in base al loro aspetto fenomenico e pragmatico. Viene esclusa ogni considerazione relativa alle cause (eziologia), alla storia e alla vita psichica del soggetto.
Storia della derubricazione dell’omosessualità dal DSM
Uno degli argomenti del movimento gay per affermare che l’omosessualità sarebbe “normale” è l’affermazione secondo la quale l’APA, nel 1973, ha cancellato l’omosessualità dal suo manuale diagnostico, il DSM (Diagnostic and Statistic Manual); sulla scia di questa decisione, l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) l’ha cancellata dal suo manuale diagnostico, l’ICD (International Classification of Disease), nel 1991. Pochi però spiegano che questa decisione non è stato il frutto di un dibattito scientifico, ma di una operazione ideologica. Dal 1968 gli attivisti gay manifestavano alle riunioni della “Commissione Nomenclatura” dell’APA, chiedendo e infine ottenendo di partecipare agli incontri. Da quel momento il dibattito scientifico fu sospeso e sostituito da discussioni di carattere politico e ideologico che sfociarono nel 1973 nella decisione di mettere ai voti la questione. Ebbene sì: l’omosessualità fu derubricata dai manuali statistici grazie a una votazione (5.816 voti a favore e 3.817 contro)! Nel DSM IV rimase la voce "omosessualità egodistonica" (che fu tolta poi nel 1987), espressione che in generale designa soggetti spinti verso uno stato depressivo a causa di un conflitto con il proprio io. Il noto psichiatra Irving Bieber commentò la votazione del 1973: "Non si può davvero sostenere che la nuova posizione ufficiale riguardo l’omosessualità sia una vittoria della scienza. Non è ragionevole votare su questioni scientifiche come se si trattasse di mettere ai voti se la terra sia piatta o rotonda". È interessante la posizione di Robert Spitzer, che nel 1973 era presidente della “Commissione Nomenclatura” dell’APA. Egli, in seguito a una ricerca compiuta nel 2001 e confermata nel 2003 sull’efficacia della terapia riparativa, afferma di aver cambiato idea in merito alla possibilità di cambiamento dell’orientamento sessuale. In una dichiarazione rilasciata al “Wall Street Journal” il 23 maggio 2001, egli afferma: "Nel 1973, opponendomi all’opinione prevalente dei miei colleghi, appoggiai la rimozione dell’omosessualità dalla lista ufficiale dei disordini mentali. Per questo motivo ottenni il rispetto dei liberals e della comunità gay, anche se ciò fece infuriare molti dei miei colleghi[…]. Ora, nel 2001, ho mutato opinione e questo ha fatto sì che venissi presentato come un nemico della comunità gay e così la pensano in molti all’interno della comunità psichiatrica e accademica. Io contesto la tesi secondo cui ogni desiderio di cambiamento dell’orientamento sessuale di un individuo è sempre il risultato della pressione sociale e mai il prodotto di una razionale motivazione personale…". In sintesi: non si tratta in questa sede di stabilire se l’omosessualità sia o no una malattia, un disturbo o un disordine, se sia giusta una denominazione piuttosto che un’altra, ma di mettere in guardia dalle affermazioni totalizzanti di coloro che sostengono trionfalmente che l’omosessualità, in base ai criteri “scientifici” sanciti dal DSM, non è più una malattia. Il rischio di questa affermazione è che essa possa diventare una “giustificazione scientifica” per sostenere ulteriori manipolazioni ideologiche.
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