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4 - APPROFONDIMENTI - c) Testimonianze /3

Seminare
Uscì il seminatore … Spargi la semenza a volo, anima d’apostolo !
“Il vento della grazia porterà altrove il tuo seme se il solco dove cade non ne è degno … semina e abbi la certezza che la semenza attecchirà e darà il suo frutto.” Jose Maria Escriva

Cercare
Cercare la verità con ogni mia forza è spesso dura fatica ma sicuramente vi è una serenità raggiunta, la sicura consapevolezza interiore di essere nelle mani giuste, adesso, alleggerito da pesi che a volte in passato mi laceravano l’anima. Mediante un lungo cammino di ricerca posso dire di avere una serenità che a volte si trasforma in energia, che a sua volta trasforma la mia vita in positivo, tutto è accaduto in poco tempo per merito di una collana misteriosa:
Colui o colei che contempla Dio, che è presente a Dio , vi trova una sorgente di dinamismo nel dono di sè, di cui la vita dei santi è un’ importante testimonianza.
Non bisogna giudicare il passato in funzione delle conoscenze che si hanno attualmente, nè per quanto riguarda la rivelazione, nè per quanto riguarda la conoscenza delle leggi sociali che regolano la vita degli uomini.
Lucien Florent , “La via del Carmelo”.

Vita
Sono nato da una famiglia “meridionale” e da un classico “matrimonio combinato”: mia madre voleva scappare dal paese per andare al nord, l’unico “biglietto del treno” per una donna allora (e forse non solo allora) disponibile era “sposarsi”.
Così mio padre troppo egoista per “curarsi molto” e per “accorgersi” delle nostre esistenze ben presto divento’ sempre più distante prima ancora di “esserci mai stato vicino”.
Mia madre mi usò come arma di vendetta in molti sensi e anche per divorziare.
In poco tempo, agli inizi della mia stessa esistenza, ero diventato la sua unica ragione di vita e ben presto mi trovai, solo, con lei, in un monolocale a Milano.
Mia madre: troppo affettuosa e, a volte, soffocante ma, nello stesso tempo, in quel momento, tanto indaffarata nella lotta per la sopravvivenza.
Ricordo la mia infanzia a giocare con le bambole e con le amiche del palazzo volevo sempre fare il ruolo della mamma.
Cominciai presto ad identificarmi in tante piccole donne tanto che la mia identità, prima ancora di arrivare alle soglie dell’ adolescenza, era completamente confusa, ricordo tuttavia, oltre a questo “annebbiamento”, anche momenti di felicità in quel “mio” mondo.
Tutto cominciò a cambiare, a suonare come una certa nota “stonata” nelle scuole medie, quando i miei compagni mi cominciarono a chiedere, con tutta la poca “gentilezza” di quell’età, se ero un maschio o una femmina ed anche io cominciai a chiedermelo.
Mio padre, dopo i suoi vari, momentanei, “soggiorni” con noi, andò via definitivamente e, allo stesso tempo, altri “andarono via”, ovvero i miei piccoli amici di gioco del palazzo in cui abitavo. Ben presto mi trovai a confrontarmi con una solitudine mai provata.
Anche la mia salute cominciò a diventare precaria, ed ero diventato, o forse ero sempre stato, l’immagine del classico “bambino sensibile” e gracile.

Primi tentativi di amare conosciuti
Ricordo il secondo anno di scuola media in cui cambiai istituto per motivi di salute.
Allora tutto fu dominato dall’evento dell’incontro e “dell’approccio” col mio compagno di banco; quella “sensazione” che provavo era qualcosa di morboso e forte, non era “normale” (se è possibile usare questa espressione un po’ banale) infatti fui subito avvolto da uno strano sentimento che mi dominava: non riuscivo a togliere lo sguardo da questo bambino, lui era bello, perfetto, forte e dolce allo stesso tempo e ricordo il desiderio ossessivo di stare sempre con lui, di pensare sempre a lui. Non capivo quella intensa emozione tanto da esserne spaventato, a volte, ma desideravo anche accarezzarlo, toccarlo e, nelle mie prime masturbazioni, desideravano lui .
La maestra se ne accorse, tutti se ne accorsero e mi strapparono di nuovo da quella scuola ma io mi ammalai, gridavo il suo nome nel sonno e rimasi a letto per giorni con dei forti giramenti di testa .
Lo psicologo disse allora che ero il classico bambino turbato per via della separazione dei genitori e che un altro cambiamento sarebbe stato dannoso, allora tornai nella scuola dove potevo vedere il mio idolo.
Ero ipnotizzato, ogni mio pensiero era il suo e la mia giornata era destinata tutta a cercare solo il modo di conquistare la sua amicizia e ci riuscii, ma non come voleva il mio cuore o la mia carne e, in me, rimaneva sempre un vuoto che Mai riuscii a colmare .
Per questo motivo i miei studi andarono a rotoli e mi trovai ben presto ad abbandonare la scuola.
Nella ricerca e nel desiderio di “colmare” questo mio vuoto, mi identificai, ammirai e quindi desiderai (secondo l’unico modo di “amare” che conoscevo) un altro ragazzo più grande che era effeminato come me e che mi incoraggiò a seguire le “sue orme”.
Quel mondo mi affascinava, quei colori erano un sollievo dopo tanta amarezza, lasciai alle spalle la scuola, le delusioni e il bambino tanto idolatrato.

La svolta, miraggio, via di uscita: l’effimero
Mi convinsi pian piano che tutte le mie “frustrazioni”, la mia antica confusione e tutto quel “vuoto” che avevo provato sarebbe sparito se io avessi intrapreso la facile via della “seduzione” e del “fascino” che un certo “mondo Gay” propone. Era una nuova “strada” e poteva essere la “mia” strada sia a livello “personale” e intimo “per accettarmi” sia in termini di affermazione pubblica, nel mondo, dove potevo finalmente camminare “da vincitore” e non più da sconfitto.
Inoltre il miraggio che, insieme ai “tanti soldi”, potevo perseguire era il raggiungimento di quella pace e di quell’amore che cercavo.
Come tanti che, nella prima giovinezza, si sentono onnipotenti di fronte a qualsiasi cosa, anche io sfidai il mondo, quasi con un senso di rivalsa. Finalmente mi sentivo veramente attraente e mi resi conto di sortire un proficuo “ritorno” da parte degli altri e di avere così una potente arma nelle mie mani. Il gioco narcisistico della seduzione mi piaceva e presto mi trovai a specchiarmi più volte in quell’immagine: quel bel ragazzo che tutti desideravano. Più curavo il mio aspetto, più mi rendevo conto che potevo avere successo e, infatti, lo ottenevo .
Mi proposero soldi e vacanze, difficile non accettare, ed io mi tuffai.
Mi divertii veramente tanto in questo gioco in cui ero il protagonista e misi da parte una fortuna. Accettai lavori in discoteca e nell’ organizzazione di feste ed eventi turistici “a tema”, ben presto mi trovai sulla “scena pubblica” ad organizzare Gaypride; senza sapere bene “cosa” o senza troppa “autoanalisi” personale, l’importante era gridare al mondo in un barlume di “paillettes”, di visi freschi e belli, di muscoli rotondeggianti e carne… “da macello”. Infine mi ritagliai la mia “nicchia” come imprenditore nel settore del turismo gay .
Mi sentivo amato, invidiato, avevo soldi, una casa in centro e dei bei vestiti, in tasca biglietti d’aereo per andare a fare shopping perfino negli Stati Uniti quando volevo. La mia vita, per un certo periodo mi piaceva così, posso dire che mi sentivo appagato e soddisfatto.
Poi pian piano, crescendo, le mie esigenze cominciarono a cambiare e cercai, con tutte le mie forze di prendere posizioni diverse. L’esigenza che mi nasceva dentro era quella di andare oltre alla “facciata”, di non fermarsi ai vestiti costosi, alla pettinatura alla moda, al sorriso smagliante, volevo dare uno spessore più maturo e più profondo. Mi resi così conto che vivevo all’interno di uno strano meccanismo, di uno “strano gioco” che si ripeteva, un revival sempre uguale che presto mi apparve per quello che era: un soffocamento del “profondo”, un vivere in superficie. Più mi sentivo soffocare più mi sforzavo di fare qualcosa per cambiare, e, allo stesso tempo, mi vedevo sempre di più come in una “pantomima” a lottare, senza successo, con un film che io stesso avevo creato e di cui io stesso ero, insieme, il “prodotto”. Il “mio” mondo, ovvero i gruppi gay che io stesso avevo cercato di creare, non crescevano mai, rimanevano come “degli strani esseri” delle strane creature che, pur passando gli anni, non cambiavano mai il loro “volto bambino”, immaturo, non andavano avanti, non si emancipavano, non si evolvevano mai da uno stereotipo che chiamerei “gayo”, divertente finchè si gioca, patetico, o peggio, quando si vuole vivere una vita “vera”. Non si andava così mai oltre questo grande gioco, alla conoscenza del proprio corpo maschile, ovvero solo sesso o poco più, esplorato in uno strano divertimento, quasi “una maschera” per nascondere una verità triste e non solo .

Malattia
Insieme a questo, i volti allegri, freschi e imbellettati incominciarono a cedere il passo a ben più grottesche “maschere” vuote, senza senso e sempre “più malate”, inoltre un nemico era alle porte, non capivamo ancora allora, eppure già iniziavano a morire, pian piano, i miei più cari amici.
L’Aids era tra noi, marciava trionfante in “quei teatri”, la vita di amici ventenni, con i quali avevo diviso giorni e alcuni anni lieti, si spegneva miseramente, anche le mie forze mi abbandonarono, psicologicamente cercai di combattere di far fronte a tutto ciò senza vittimismi o autocommiserazione ma avevo già contratto, anche io, l’HIV, ed ero, senza scampo,malato.
I medici mi dissero che avevo poche speranze e che probabilmente avrei vissuto, come tutti allora, pochi anni morendo, in seguito, terribilmente e di infezioni varie. Sprofondai in un altro mondo, il “mondo della sofferenza”.
La mia salute così, da quel momento in avanti, non mi ha più premesso di lavorare all’estero e quindi di “viaggiare tranquillamente” (e senza danni al mio fisico già provato), nei vari paesi per espandere ed acquisire nuove conoscenze e nuovi clienti e quindi ho dovuto chiudere l’agenzia viaggi e tutte le altre attività. In breve ritornai a casa di mia madre, ormai risposata, e fu il mio “deserto” anche se, in un certo senso, fu una salvezza, e anche mia madre, con tutti i suoi limiti, fu decisamente un “conforto”.
Ecco il mio nuovo “io” e il suo deserto .
La malattia mi ha fermato e limitato e mi ha messo di fronte ad antiche “questioni psicologiche” che avevo “archiviato” in fretta, ma che bruciavano, ancora, dentro di me; di fronte a queste ho dovuto, e voluto, mettere tutta la mia energia e dedicare cioè tempo e pazienza per risolverle. Posso solo ora dire che, in un certo senso, questa stessa malattia mi ha dato la possibilità di guardarmi interiormente e di tirar fuori la mia sensibilità e forse la parte migliore di me, offuscata in precedenza; posso quasi affermare, come Sant’Agostino, : “Felice Colpa”, ovvero un male può sfociare in una “Grazia”.
Nei confronti della sofferenza, e quindi di ciò che ho passato, posso dire che la mia storia mi ha consentito di “crescere”, certo, forse è difficile in una società dove la produzione, la corsa all’affermazione è vista come l’unica risorsa attendibile, facile e fruibile, ma, nel mio caso, in questo momento storico, forse la morte, con la sua responsabilità e la sua angoscia, mi ha aiutato a vedere oltre le “regole del mondo”.

“Felice Colpa”, nuovo incontro: Dio
Dovevo affrontare la vita come una scommessa, la più grande, l’ultima carta da giocare , volevo ripartire da un punto di vista diverso, cioè “dare” e agire nell’ ambito spirituale. Cercai prima nel buddismo forse perché ero troppo arrabbiato con Dio in quanto non avevo capito dove voleva portarmi.
Ripresi a cantare, la mia innata passione, partecipai a un concorso e dedicai un brano a Dio, un Dio non ancora decifrato bene, ma il mio grido d’amore fu accolto, forse, oserei dire commosse quell’essere tanto innamorato ancora della vita .
Cominciai a vedere le cose in modo differente, frequentare persone differenti, senza fronzoli in tutti i sensi, e intrapresi quel viaggio che avrei voluto affrontare anche nel mondo gay, alla ricerca di un senso e di una profondità che ci eravamo negati negli anni dell’apparenza e della superficialità “triste”. Insieme a tutto questo il progresso della scienza diede delle nuove speranze e, finalmente, la vita e la salute tornava protagonista, ma qualcosa, in me, era veramente cambiato.
Così mi trovai, per caso, ad Assisi dove andai per un ragazzo del quale ero convinto di essere perdutamente innamorato, ero convinto che Gesù mi avesse in qualche modo risarcito facendomi, come regalo, quel ragazzo. Mi entusiasmai della vita e della storia di San Francesco, un risveglio, in me, di fede e coraggio mi inondò, sentii quasi che quell’amore “terreno” fosse un “dono”.
Ma non fu cosi, il miraggio svanì nel nulla, il ragazzo se ne andò via ed io mi trovai, di nuovo, solo a chiedermi perchè io non potevo avere quell’ amore tanto desiderato fin dalle mie viscere.
In me si risvegliarono ferite profonde che mi fecero capire che quel dono, perchè di esso si trattava, IO non potevo averlo e cominciai a interrogarmi ancora più profondamente. La documentazione che raccolsi riguardo all’opinione della chiesa cattolica sull’omosessualità mi sembrava solo “chiusura” e “niente risposte” solo dei NO, era chiaro che era un peccato, ma io non capivo ancora il senso.
Un giorno “inciampai”, per caso, in un amico omosessuale che stava studiando e approfondendo la “questione” dell’omosessualità sotto un profilo diciamo, per me, allora, diverso. Non si trattava solo di NO secchi dati alla luce di una teoria, o di un “credo” calato dall’alto e avulso, estraneo alla persona e alla sua storia. La questione era bensì da risolvere dall’interno. Da dentro di me, il mio “vuoto” antico, la “mia ricerca di senso”, l’amore spesso cercato, sempre sfuggito, sciolto come neve al sole nei luoghi dell’effimero. Frequentai “altri luoghi”, gruppi di ascolto e ricerca psicologica profonda, tentando un viaggio alla “radice”, sempre sotto e “oltre” la facciata, nel tentativo di sfiorare “un’essenza” e non solo una “apparenza”. Una considerazione che non avevo mai fatto ma che appariva sempre più reale, ad esempio, era che l’omosessualità potesse essere una “pulsione” ma non l’essenza di una persona e che, come tale, non era necessario e automatico (così come era stato prima) che io fossi dominato completamente dai miei istinti e dovessi meccanicamente solo assecondarli, potevo, invece, controllare e risolvere quello che era solo “brama cieca”, volta alla soddisfazione sterile e senza futuro, potevo, ad esempio, fermare la caccia al “sesso compulsivo” che, prima, praticavo istintivamente.
Queste nuove idee mi aprivano “nuove” prospettive, era la possibilità, tanto desiderata e sempre sfuggita, di riappropriarsi della propria “identità ferita”, sepolta sotto mille apparenze, finzioni, giochi di specchi, e soprattutto era la possibilità di potermi affermare come “persona”, non più solo l’icona bella e vuota del ragazzo gay, schiavo del sesso e dei soldi, schiavo della propria mercificazione. Certo è un lavoro lungo e difficile, all’inizio non nascondo le mie numerose battaglie, le mie sconfitte, i miei ripensamenti e dubbi, ma la “vita”, in un certo senso, riprese a vivere veramente e intensamente da quel momento.
Una strana energia vitale in me cresceva, era come se un puzzle si fosse finalmente composto, non nascondo che è stata e sarà una “sfida grande” ma è proprio di questa vita che mi sono, di nuovo, innamorato.
Ma non credevo neanche, fino a poco tempo fa, di poterlo affrontare, avevo paure e ansie terribili che non bastano certo due righe a descrivere, il mio mondo girava intorno a quei tipi di “strutture” gay e agli ambienti che mi ero creato, un mondo molto superficiale, che era l’unico mondo da me conosciuto e quindi, allora, l’unico “mondo possibile”, tutto il resto mi era ostile e lontano.
Per far fronte al peso di un ghetto stretto, a tutti quei meccanismi “reiterati” e vuoti e a tutta quella “povertà di senso”, facevo uso di stupefacenti ed ero diventato schiavo del sesso e del narcisismo. Depresso e chiuso in un cerchio, eppure allo stesso tempo “ammaliato”, ero allo stesso tempo cosciente del suo piacere e consapevole del suo vuoto, mi sentivo soffocare, a volte pensavo al suicidio, mentre solo ora rabbrividisco all’idea.

Oggi, una sola Via
Pensavo che non ci sarei mai riuscito a cambiare, avevo, a volte, provato a lavorare, a smettere con il mercato del sesso e del mio corpo, a essere un altro, ma ci riuscivo per poco, poi riprendevo come una sorta di rituale, “niente da fare”, mi dicevo, “non ce la farai mai”, ero come chiuso in un cerchio vuoto e triste e l’idea di poter “lavorare” quotidianamente, io che avevo avuto tutto cosi troppo facile e subito, era difficile da immaginare. Allora presi in mano il Santo rosario e decisi di abbandonarmi, chiesi con tutto me stesso e, col cuore, a Maria santissima (perchè nella santa vergine sempre sentivo di potermi fidare) affidai le mie intenzioni, pian piano cominciai a sentirmi alleggerito dalle mie sofferenze .
E così, solo ora penso, guardando indietro, che avevo provato di tutto, fino in fondo, per riuscire a cambiare la mia vita ma non bastava la forza di volontà, che pure è importante: ’anima mia aveva puntualmente dei tormenti più grandi di me, capaci di dominarmi. Oggi posso dire, con sicura lucidità che, recitando tre rosari al giorno, quei tormenti misteriosamente, sono scomparsi come nebbia al sole. E allo stesso tempo, davanti a tutti i miei fallimenti, sentivo come la presenza di qualche “strana energia” che girava contro e mi minacciava. Cominciai a cambiare le cose in me, le persone intorno a me, e mi “affidai”. Così cambiò anche a mia salute che continuò a migliorare. Ora, a volte, cammino e mi sento da solo, ma so che Qualcuno è con me e mi solleva quella “croce”; Gesù prese su di se i peccati per renderci liberi, e così ha fatto anche con me. Frequento anche un gruppo e continuo il mio viaggio della speranza, essere liberi non vuol non soffrire, ma sapere che se si cerca interiormente la verità si trova . Credo anche che vi siano delle “strane forze oscure” che minacciano il nostro cammino e che entrano in conflitto con la nostra ricerca, nel mio caso è la “pulsione del sesso”, tutti hanno la “loro croce” ed io ho la mia, ma abbiamo le armi per trasformare tutto questo in gioia .
“Il Santo rosario è un’arma potente. Impiegala con fiducia e ti meraviglierai del risultato.” Jose Maria Escriva, Cammino

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